Terra Santa. Betlemme

dal Travel Trip di Michela Bucci.

La prima visita a Betlemme è stata con un tour organizzato. La guida ci ha portato nella parte sacra della città, abbiamo visto la cappella della natività e i luoghi del cristianesimo, migliaia di turisti e di pellegrini da tutto il mondo.

Siamo state così travolte dalla folla, la chiesa era stracolma, non si poteva rimanere più di cinque minuti, la guida ci portava da una cappella all’altra a tappe forzate e poi di corsa verso l’hotel di Bansky, il punto dove il muro che divide israele dalla Palestina è stato abbellito dai disegni del famoso artista.

Così stordite e ammaliate dalla bellezza della città abbiamo deciso che nei giorni successivi saremmo tornate, in fondo, Gerusalemme, dove alloggiavamo, e Betlemme distano solo dieci chilometri. Quella sera non demmo importanza ai check point , alla gente a piedi che tornava da Israele in Palestina, dal fatto che per tornare in Gerusalemme ovest impiegammo più di un’ora.

Così qualche giorno ripartimmo dalla stazione araba dell’autobus di Gerusalemme est davanti alla porta di Damasco.  Arrivate al capolinea a Betlemme siamo state accolte da una decine di uomini che attendevano i turisti per proporre il giro della città in taxi per pochi dollari. Per sette dollari ti portano per tutta la città. Ma noi invece decidemmo di andare a piedi verso il centro di Betlemme. Una lunga camminata tra piccoli negozi di abbigliamento e ristoranti. Abbiamo girato tra i banchi del mercato, tra le donne che facevano la spese, entrando e uscendo per negozi confondendoci nei profumi e nei rumori, contrattando con i vari negozianti cifre ridicole per vestiti e cibo. Girando tra vicoli pieni di immondizia dove bambini con le ciabatte ai pedi giocavano. Siamo Finite a mangiare in una tavola calda, frequentata solo da palestinesi dove eravamo le uniche turiste. E ci siamo stupite che ci fossero più donne che uomini. Donne,  ben truccate e con visi sorridenti, che sotto lunghi soprabiti a coprire le forme,  avevano vestiti occidentali e scarpe con i tacchi. Siamo tornate al muro di Bansky prendendo il caffe con il gestore di un bar che nel piazzale di un distributore, racconta le storie dei vari graffiti.

E dopo un’altra lunga giornata siamo ritornate al pullman, pochi minuti di attesa, ci sono autobus ogni quindici minuti e siamo ripartiti. L’autobus era pieno, nei sedili davanti ben riconoscibili eravamo otto occidentali , e dietro forse in tutto una ventina ragazze e donne palestinesi. Siamo partiti e poco dopo l’autobus si è fermato al check point. Abbiamo fatto un po’ di fila poi l’autobus si è accostata in una piazzola. Le donne palestinesi si sono alzate e sono scese, l’autista in inglese ha indicato noi occidentali e ci ha detto di rimanere tranquillamente seduti. Le donne palestinesi si sono messe in fila indiana a fianco l’autobus. Dal finestrino le vedevo chiacchierare, tranquillamente, solo dai loro sguardi si poteva intravedere  un piccolo motto di fastidio. Dopo quindici minuti sono saliti sull’autobus due militari con i mitra a tracolla. Ci hanno svogliatamente controllato i passaporti. Si sono soffermati di più con la mia amica mora e di carnato scuro, a me neanche mi hanno guardato. Poi sono scesi e molto lentamente ma con molta attenzione hanno cominciato a controllare le donne palestinesi.  Dopo un tempo che non passava mai le hanno fatte risalire e l’autobus è ripartito. Era notte quando siamo ridiscese a Gerusalemme est. La mia amica ha rincorso una delle ragazza palestinesi, ma lei non parlava inglese così ha chiamato le altre , e Donatella ha chiesto loro scusa perché a noi i soldati israeliani avevano riservato un trattamento diverso, molto diverso.  Una delle ragazze con gli occhi neri e sorridenti, gentile ma fiera ci ha detto: “non vi preoccupate per noi è normale, solo un piccolo fastidio. Lo fanno sempre, ci siamo abituate”.  Io sono rimasta muta non ho saputo dire niente.

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